giovedì 19 novembre 2009

Appello di Libera contro la vendita dei beni confiscati



Clicca qui per firmare

Firma l'appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele


Clicca qui per firmare



Tra i primi firmatari: Andrea Campinoti, presidente di Avviso Pubblico - Paolo Beni, presidente Arci - Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente - Andrea Olivero, presidente ACLI - Guglielmo Epifani, segretario CGIL - Luigi Angeletti, segretario UIL - Filippo Fossati, presidente UISP - Marco Galdiolo - presidente US Acli, Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo, presidenti del comitato nazionale Agesci - Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace - Loretta Mussi, presidente di "Un ponte Per" - Michele Curto, presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) - Michele Mangano, presidente Auser - Oliviero Alotto, presidente di Terra del Fuoco, - Giuliana Ortolan, Donne in Nero di Padova - Giulio Marcon, portavoce campagna Sbilanciamoci - Tito Russo, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), Claudio Riccio, coordinatore nazionele Link-coordinamento universitario, Sara Martini e Emanuele Bordello - presidenti FUCI.

E inoltre: Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana...

Clicca qui per firmare

giovedì 5 novembre 2009

Per Piazza Peppino Impastato a Foggia

Come Foggia Contro Le Mafie vi segnaliamo quello che consideriamo un bel gesto simbolico, si tratta della petizione per l'intitolazione di una Piazza di Foggia a Peppino Impastato e vi invitiamo a firmare a questo link. Altre informazioni le potete trovare nel gruppo appositamente creato su Facebook


Al Sindaco di Foggia Gianni Mongelli
Alle forze politiche democratiche di Foggia
Alle associazioni
Ai cittadini

Siamo tutti a conoscenza dell’incresciosa vicenda del comune di Ponteranica in provincia di Bergamo.
Il sindaco leghista rimuove l’intitolazione della Biblioteca Comunale a Peppino Impastato il giovane siciliano ucciso nel 1978 dalla mafia.
La giunta decide di dedicare quella targa a Padre Giancarlo Baggi, se non fosse per la decisione della prefettura che non ha concesso la deroga alla legge che vieta di dedicare un edificio alle persone scomparse da meno di dieci anni.
Peppino Impastato, eroe e martire, simbolo per eccellenza della lotta alla mafia, un esempio per i giovani, per la comunità, doveva essere questo il significato di quella targa, la riflessione della società e di tutti quei giovani che entrando in quel luogo, in quella biblioteca si sarebbero dovuti fermare a leggere quel nome, quella storia, rendere onore e attenzione.
Viviamo in una città, quale Foggia, spesso agli onori della cronaca per vicende legate alla criminalità e alla mafia. Le nostre vittime, le nostre vicende silenziose legate alla faida e alla Sacra Corona Unita, non sono famose come quelle di Casal di principe, Castel Volturno, Casapesenna e tutta la provincia casertana, ma ci sono, avvengono e non possono essere ignorate.
Non possiamo ignorare i guadagni della mafia in Puglia tramite il traffico di armi, estorsioni, prostituzione, droga, non possiamo ignorare il degrado e le scene alle quali siamo costretti ad assistere, notizie di cui siamo obbligati a leggere.
La sensibilizzazione deve essere un processo primario e urgente in questa città, soprattutto facendo leva sui giovani, poiché è ai giovani che si deve insegnare la “legalità”. Onorare gli eroi dell’antimafia, ricordarli, scrivere e parlare di loro.
Peppino Impastato, merita non una, ma dieci targhe. La sua vita interamente a servizio della denuncia dei sistemi criminali, infangato anche da morto, giustiziato e fatto credere un suicida, questa è una vita esemplare.

Per questo chiediamo al sindaco di Foggia Gianni Mongelli, alle forze politiche e democratiche, ai partiti, alle associazioni, ai cittadini, ai giovani, di intitolare anche nella nostra città una via, una piazza, un luogo a Peppino Impastato, per riscoprirci attenti e sensibili, per far sì che la lotta alla mafia, sia un esempio e un valore di tutte quelle persone che passando di lì leggeranno il nome di Peppino Impastato.

Invito tutti i cittadini sensibili e attenti ad aderire a questa iniziativa, firmando questa lettera aperta.

Il cantiere della sinistra di Foggia

lunedì 19 ottobre 2009

Libera: Corso sui beni confiscati

ASS. LIBERA - FOGGIA: CORSO DI FORMAZIONE SULLA GESTIONE DEI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA

Libera. Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie – Coordinamento Provinciale di Foggia e la Provincia di Foggia – Assessorato alla Solidarietà e alle Politiche Sociali, in collaborazione con il Ce.Se.Vo.Ca. (Centro Servizi per il Volontariato di Capitanata) organizzano il corso di formazione “Simboli e Risorse libere. Contesti e pratiche per l'uso sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata in Provincia di Foggia”.

Il corso, programmato per orientare sui temi connessi alla legge n. 109/96 (“Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati”) ed alle pratiche d’uso sociale dei beni confiscati si propone di illustrare le opportunità di sviluppo sociale ed economico che l’uso dei beni confiscati può generare, insieme alla dimensione etica e simbolica; illustrare le modalità d’applicazione e gli strumenti di attuazione della legge sull’uso sociale dei patrimoni recuperati alla criminalità organizzata, in particolare a vantaggio delle organizzazioni di volontariato; promuovere e avviare iniziative di cittadinanza attiva, finalizzate alla sensibilizzazione dei diversi livelli istituzionali coinvolti nel procedimento di destinazione dei beni e all’uso degli stessi da parte dell’associazionismo.

Potranno iscriversi ai corsi “gruppi misti”, composti da referenti degli Enti Locali e da responsabili / operatori di organizzazioni del Terzo Settore della provincia di Foggia.

Il percorso formativo sarà strutturato in 12 ore di formazione-azione, in 3 distinti moduli didattici di 4 ore ciascuno, con aule da n. 20-25 partecipanti, più un incontro pubblico conclusivo.

Saranno previste attività in tre aule, in tre differenti sedi:
- San Severo (27 ottobre; 19 novembre e 3 dicembre), all’Art Village (Via Castelnuovo km. 1);
- Cerignola (5 e 20 novembre e 10 dicembre), nella Parrocchia di S. Francesco d’Assisi (Via Chiesa Madre, 11)
- Manfredonia (12 e 30 novembre e 17 dicembre), a Palazzo S. Domenico (Municipio - Corso Manfredi).

Per iscriversi al corso, gratuito, è necessario inviare la scheda di partecipazione via fax, via mail o a mano presso gli uffici del Ce.Se.Vo.Ca. (Foggia, tel/fax 0881.568648) entro venerdì 23 ottobre 2009.

Coloro che avranno partecipato almeno a 3 dei 4 incontri in programma (appuntamento finale incluso), riceveranno un attestato di partecipazione. (12 e 30 novembre e 17 dicembre), a Palazzo S. Domenico (Municipio - Corso Manfredi).

Scarica la scheda di iscrizione al corso di formazione



INFO:
Ass. Libera. Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie
Coordinamento Provinciale di Foggia
Via L. Zuppetta, 50 - 71121 Foggia tel.: 388.8480786 – 348.2889564
e-mail: foggia@libera.it url: www.libera.it

Provincia di Foggia – Assessorato alla Solidarietà e alle Politiche Sociali Piazza XX Settembre, 20 - 71121 Foggia tel. e fax: 0881.791408
e-mail: assessorepolitichesociali@provincia.foggia.it url: www.provincia.foggia.it

Ce.Se.Vo.Ca. (Centro Servizi per il Volontariato di Capitanata)
Via F. Marinaccio, 4/D - 71122 Foggia tel. e fax: 0881.568648
e-mail: info@cesevoca.iturl: www.cesevoca.it

lunedì 3 agosto 2009

Difendiamo la memoria di Don Peppino Diana

Foggia Contro Le Mafie aderisce all'appello di Roberto Saviano in difesa della memoria di Don Peppe Diana (clicca qui per sapere chi era). Ecco il testo dell'appello:


Saviano: perché Pecorella infanga don Peppe Diana?

di ROBERTO SAVIANO



Mi è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.

L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.


Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace.

(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)
fonte Repubblica.it

lunedì 6 luglio 2009

Minacce al Procuratore Capo Vincenzo Russo

«Frena i tuoi scagnozzi». Minacce al procuratore capo


«Frena i tuoi scagnozzi. Noi colpiamo dove vogliamo e quando vogliamo». Il tutto accompagnato dal disegno di una bara con una croce sopra e un proiettile calibro 6.35 attaccato con nastro adesivo. E’ la pesantissima lettera di minacce - scritta in stampatello e in dialetto campano - che ignoti hanno depositato nella cassetta della posta dell’abitazione del procuratore capo di Foggia, Vincenzo Russo, che ha assunto la carica nel maggio del 2005. In questi quattro anni di lavoro ha sempre condotto in prima fila, al fianco dei sostituti procuratori, indagini sulla criminalità che hanno portato in carcere centinaia di persone tra spacciatori, estorsori, assassini e colletti bianchi. «Se qualcuno pensa di farmi paura, a me oppure ai miei colleghi, si sbaglia di grosso» commenta il magistrato parlando con la «Gazzetta».

Il procuratore capo è sotto scorta dal marzo 2007 in seguito ad altre minacce e avvertimenti, ed è sottoposto alla cosiddetta «tutela di quarto livello»: un’auto non blindata lo accompagna nei suoi spostamenti e un sottufficiale dei carabinieri lo segue passo passo. Chissà che ora - alla luce delle nuove pesati minacce di morte recapitate a casa del giudice - il comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico non chieda all’ufficio centrale interforze per la sicurezza del ministero dell’Interno di rinforzare il tipo di tutela, a cominciare dall’utilizzo di un’auto blindata.

Sarebbe stato lo stesso procuratore capo a ritrovare lunedì scorso la lettera di minacce, aprendo la cassetta delle lettere nel rincasare nell’appartamento in centro dove vive. E’ scattata immediatamente la segnalazione alle forze dell’ordine, e sul posto sono intervenuti i vertici della Polizia e dei carabinieri per i rilievi: il prefetto è stato ovviamente subito informato. Le indagini sono coordinate dalla Procura di Lecce, competente a indagare quando vittime di reati sono magistrati del distretto della corte d’appello di Bari. La notizia sulle pesanti minacce ai danni del procuratore capo (originario di Napoli) è trapelata soltanto ieri, cinque giorni dopo l’arrivo della lettera di minacce. Vi si cercheranno impronte digitali o tracce biologiche (saliva) da cui ricavare il dna per confrontarlo con quello di eventuali sospettati.

Quanto successo il 29 giugno scorso al procuratore Russo, segue una serie di avvertimenti ai danni del magistrato che avevano portato alla decisione del ministero dell’Interno di disporre la scorta nel marzo 2007, quando tra l’altro venne alla luce - grazie alle rivelazioni di un pentito - un progetto della criminalità organizzata foggiana per uccidere un pm foggiano che indagava sugli appalti nel mondo della sanità dauna.

Nel corso degli ultimi anni ignoti (non una volta si sono scoperti gi responsabili di questi episodi) hanno cerchiato il nome del procuratore capo Russo sul citofono di casa; hanno preso a sassate l’auto privata del magistrato; gli hanno inviato una lettera anonima che l’ha particolarmente addolorato, visto che si scriveva con crudeltà che avrebbero pensato loro alla tomba del figlio, morto qualche anno fa.

Adesso si aggiunge questo nuovo episodio, il più grave. Non soltanto per il proiettile e il tenore delle minacce ma anche perchè non si è di fronte ad una lettera spedita per posta: qualcuno è entrato nel portone dello stabile del magistrato ed ha lasciato la missiva nella cassetta delle poste. Considerate le numerose indagini condotte dalla Procura e quelle tutt’ora in corso, impossibile al momento comprendere a cosa si riferisca chi ha scritto: «frena i tuoi scagnozzi».

fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

domenica 21 giugno 2009

Appello per "i siciliani"

Pubblichiamo questo appello per I SICILIANI, giornale fondato da Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia nel 1984.
(grazie a Terry Rauzino per la segnalazione)


Dopo l'assassinio mafioso di Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, i redattori de "I Siciliani" scelsero di non sbandarsi, di tenere aperto il giornale e di portare avanti per molti anni la cooperativa giornalistica fondata dal loro direttore, affrontando un tempo di sacrifici durissimi in nome della lotta alla mafia e della libera informazione. Anni di rischi personali, di stipendi (mai) pagati, di concreta solitudine istituzionale (non una pagina di pubblicità per cinque anni!)

Oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di perdere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fallimento che si presenta - venticinque anni dopo - a reclamare il dovuto sui poveri debiti della cooperativa. Il precetto di pignoramento è stato già notificato, senza curarsi d'attendere nemmeno la sentenza d'appello.
Per paradosso, il creditore principale, l'Ircac, è un ente regionale disciolto da anni.

E' chiaro che non si tratta di vicende personali: la redazione de I Siciliani in quegli anni rappresentò molto di più che se stessa, in un contesto estremamente difficile e rischioso. Da soli, quei giovani giornalisti diedero voce udibile e forte alla Sicilia onesta, alle decine di migliaia di siciliani che non si rassegnavano a convivere con la mafia. Il loro torto fu quello di non dar spazio al dolore per la morte del direttore, di non chiudere il giornale, di non accettare facili e comodi ripieghi professionali ma di andare avanti. Quel torto di coerenza, per il tribunale fallimentare vale oggi quasi centomila euro, tra interessi, more e spese. Centomila euro che la giustizia catanese, con imbarazzante ostinazione, pretende adesso di incassare per mano degli ufficiali giudiziari.

Ci saranno momenti e luoghi per approfondire questa vicenda, per scrutarne ragioni e meccanismi che a noi sfuggono. Adesso c'è da salvare le nostre case: già pignorate. Una di queste, per la cronaca, è quella in cui nacque Giuseppe Fava e che adesso, ereditata dai figli, è già finita sotto i sigilli. Un modo per affiancare al prezzo della morte anche quello della beffa.
La Fondazione Giuseppe Fava ha aperto un conto corrente (che trovate in basso) e una sottoscrizione: vi chiediamo di darci il vostro contribuito e di far girare questa richiesta. Altrimenti sarà un'altra malinconica vittoria della mafia su chi i mafiosi e i loro amici ha continuato a combatterli per un quarto di secolo.
Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza, Graziella Proto, Lillo Venezia

I bonifici vanno fatti sul cc della "Fondazione Giuseppe Fava"
Credito Siciliano, ag. di Cannizzaro, 95021 Acicastello (CT)
iban: IT22A0301926122000000557524
causale di ogni bonifico: per "I siciliani"

mercoledì 10 giugno 2009

I beni confiscati alla mafia

(clicca sull'immagine per ingrandire)


Martedì 16 giugno 2009, alle ore 17.30, a Foggia, presso il Guggenheim Internet Caffé in Viale Di Vittorio n. 33 (nei pressi della Biblioteca Provinciale) ci sarà un incontro organizzato dall'Assessorato Provinciali alle Politiche Sociali e dal Coordinamento di Foggia dell’Associazione Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Tema dell'incontro sarà l'imminente l’avvio di un percorso formativo che oltre a impostare percorsi di legalità personali e sociali a beneficio dei partecipanti, vorrà indicare criticità e modalità operative per proporre l’acquisizione (da parte degli Enti Locali) e la gestione (da parte delle Associazioni di Volontariato), dei beni sequestrati alla mafia nei comuni in indirizzo. L'incontro è rivolto alle Associazioni e alle Cooperative Sociali della Provincia di Foggia.


Altre info le trovate nel video a questo link:
http://www.osservatoriofoggia.it/contenuti/default.asp?idnews=1075&idint=3014